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4 ott 2010

La Fiera di San Gaudenzo

Se la fiera di San Giuliano era la più importante di Rimini, anche il Borgo che oggi viene chiamato di San Giovanni ne aveva una sua. Era intitolata a San Gaudenzo, in quanto l’antichissima abbazia dedicata al patrono della città si trovava appena fuori dal Borgo, nel luogo dove oggi sorge il PalaFlaminio. A differenza della fiera di San Giuliano, che si tenne fino ai primi decenni del XVII secolo, la fiera di San Gaudenzo aveva iniziato a manifestare  i primi segni di cedimento già nella seconda metà del Cinquecento.

Come afferma nel ‘600 Cesare Clementini, la fiera di San Gaudenzo si teneva tra l’arco d’Augusto e l’arco in petra eretto nel 1509 (sulla base di un’analoga opera preesistente) in onore di papa Giulio II, posto alla fine dell’odierna via XX Settembre, all’incrocio con via Tripoli. L’arco fu demolito, perché pericolante, dopo il terremoto del 1786.

La fiera di San Gaudenzofino agli inizi del ‘500 vsi sovlgeva nel mese di ottobre, essendo il 14 la festa del Patrono. Ma nel 1511 fu deciso di anticiparne la data, allo scopo di evitare sovrapposizioni con la fieradi San Martino che si svolge a Santarcangelo di Romagna. La manifestaizone fu inoltre prolungata fino a tutto il mese di novembreda una delibera del consiglio comunale, allo scopo di attirare un maggior numero di mercanti. Già dal 1568 non se ne ha più notizia, stando alle capitolazioni d’appalto delle condotte. [Chiamami Città: di Luca Vici]

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8 apr 2010

Export e ripresa al centro di Vinitaly 2010

Apre oggi a Verona la 44^ edizione di Vinitaly (8-12 aprile 2010). Business, promozione e internazionalizzazione sono le parole chiave della rassegna che, dopo la crisi mondiale del 2009, si propone come appuntamento chiave per la ricerca di nuove soluzioni che possano favorire la ripresa e il rilancio del settore. La “cinque giorni” dedicata al vino sarà ufficialmente inaugurata alla presenza di Luca Zaia, ministro per le Politiche agricole nonché neo-governatore della Regione Veneto. 

«Il nostro obiettivo è consolidare la nostra leadership, dopo essere stati l’unico organizzatore fieristico ad aver chiuso il 2009 con il bilancio in attivo - ha affermato Ettore Riello, presidente di Veronafiere. - E la strategia passa dal continuo miglioramento delle infrastrutture e all’offerta integrata di servizi innovativi per favorire gli scambi commerciali del sistema Paese». Ed è proprio l’internazionalizzazione a guidare il Vinitaly World Tour, che ha già toccato l’India e due volte gli Stati Uniti e si appresta alle prossime tappe in Russia, Cina, Giappone, Corea e Singapore. «I segnali - ha sottolineato Giovanni Mantovani, direttore generale di Veronafiere - sono positivi e l’aspettativa è di confermare l’equilibrio di visitatori raggiunto nel 2009, con una significativa presenza dall’estero».

A Vinitaly, ci sarà spazio anche alle produzioni di qualità del Made in Italy con Sol, il Salone internazionale dell’olio d’oliva extravergine di qualità dove, il 9 aprile, sarà firmato il primo accordo di programma per la promozione dell’extravergine italiano in Italia e all’estero. A firmare il documento, che avrà importanza strategica per la promozione e valorizzazione delle nostre produzioni oleicole, saranno Adolfo Urso, viceministro allo Sviluppo economico, e Massimo Gargano, presidente di Unaprol, l’organizzazione di operatori olivicoli che condivide il progetto con Veronafiere . 

In occasione del Vinitaly  sarà presentato anche il Regolamento speciale di prodotto “vino confezionato”, che disciplina le negoziazioni nella Borsa merci telematica e il sistema per la contrattazione telematica dei prodotti agricoli, agroalimentari e ittici. Grazie al mercato telematico, gli operatori potranno contrattare diverse tipologie di vini, da quello da tavola all’Igt, al Doc, Docg, bianchi, rossi, rosati, frizzanti o spumanti, fino ai vini delle categorie previste dalla normativa comunitaria.

[fonte: B2B24.it]

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3 mar 2010

Antichi mestieri: le venditrici di “poveracce”

Le venditrici di vongole, dette anche “poveracciaie” si tramandano da sempre a Rimini e in tutta la Romagna, questo mestiere, ormai praticato sono nelle attività commerciali.

Cerchiamo di scoprire questa figura antica, che si dedicava al commercio delle vongole nella Piazzetta delle “Poveracce” a Rimini, che oggi affascina i turisti per la sua tipicità.

La parola “poveracciaie”, deriva da purazì, le vongole, vendute da queste donne alle famiglie povere di Rimini. Durante l’inverno, all’alba, andavano al maree con le secche raccoglievano le vongole, i lumachini e i cannelli nei sacchi; poi li portavano alle loro case, li lavavano e andavano in piazzetta con la bicicletta, infreddolite, nella speranza di vendere. In piazzetta erano tutte allineate con i loro borsoni pieni di pesce e per scaldarsi dal freddo pungente usavano gli scaldini di latta. Meno fortunate erano le ambulanti, che invece andavano in giro per la città urlando, nella speranza di attirare i compratori: poveracceeee!!! oppure Purazzì Donì!!! per ore e ore…

A Rimini inoltre c’era la Vecià Lumaghin che andava in giro per la città a vendere lumachini alla marinara già preparati e cucinati. [fonte: Chiamami Città - Claudio Cupi]

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3 mar 2010

L’ultima velaia di Rimini

In via Derna, dove abita Olga Tamburini “la velaia” tutti sanno indicare la sua casa.

 Mario, il fratello, dopo aver imparato a fabbricare barche negli storici cantieri Carlini, dagli anni ‘30 si mette in proprio, diventa maestro d’ascia e comincia a costruire da solo barche da pesca e batane. Si specializza nei “beccaccini”, agili barche in legno di 5 metri con un solo albero, randa e fiocco, facili da governare. Ne fabbrica anche sei o sette in un inverno: Olga gli cuce le vele. Nel dopoguerra, con Angelo Deitos, marito di Olga, che dà una mano in cantiere, riescono a costruire la casa dove abita ancora oggi, con il laboratorio annesso.

Nel ‘64 muore il fratello Mario, il marito Angelo ha continuato fino al ‘78 a costruire mosconi, Olga ha cucito e riparato vele fino a un paio di anni fa. Vive in una casa accogliente e pulita, una donna dai capelli bianchi ben pettinati, si schermisce: è ormai vecchia e sorda, ma le mani segnate raccontano il suo lavoro, poi inizia a raccontarsi: “Sono nata nel ‘22, qui vicino in via Cirene. Tranne un anno a Ivrea, appena sposata, son vissuta sempre qui. C’era l’Ausa che d’inverno straripava, ci si girava in moscone in via Derna. Eravamo tre sorelle e un fratello senza più l’uso delle gambe, aveva avuto la poliomelite da piccolo; da subito c’è stato bisogno che lavorassi. Poi mio fratello è andato a lavorare nel cantiere navale da Carlini, che il figlio si era preso l’ernia del disco. Io sapevo già cucire - ho cominciato a lavorare da sarta che avevo 11 anni - e l’ho aiutato con le vele. Dopo che abbiamo costruito, in estate andavo a vivere nel laboratorio per lasciare la casa ai bagnanti, per vent’anni le stesse persone, mi toccava traslocare con tutta la mia roba per prendere quei soldi. Ne ho viste davvero di tutti i colori. Mi sono sposata nel ‘43, ho un figlio nato nel ‘47. Mio marito l’ho conosciuto qui durante la guerra, era un militare della Val d’Aosta, un uomo taciturno ma buono: quando c’era la neve, che una volta faceva davvero tanta neve e adesso non ne fa più, prendeva in braccio mio fratello per fargli passare il cortile. Me lo sogno ancora, e ci penso a lui: non alzava mai la voce. Ma se non c’ero io non si faceva niente. Non ho mai avuto tempo per le visite, se avevo bisogno di soldi e capitava una riparazione stavo sveglia tutta la notte, così piano piano ho rifatto tutta la casa, poi facevo la sfoglia, le lasagne… le donne di una volta non lavoravano mai abbastanza. Per comprare la stoffa andavo a Santarcangelo in bicicletta, da Ramberti. Una volta avevo fatto un carico talmente grosso che il fratello di Ramberti mi ha visto e ha detto di portarmi  giù col camion.”

Olga nel laboratorio conserva ancora un modello di “beccaccino”, opera del fratello, da un cassetto vengono fuori vecchie foto che raccontano una vita, ritagli di giornale che raccontano di lei, in mezzo alla stanza la sua macchina da cucire, “se potesse parlare…”. [fonte: Chiamami Città - Lorella Barlaam]

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3 mar 2010

Alla riscoperta di Elisabetta Sirani

La vita di Elisabetta Sirani fu assai breve - morì infatti a soli 27 anni - ma molto intensa. Così come un altro grande artista che morì alla stessa età, Masaccio, Elisabetta fu precoce nell’apprendere la tecnica pittorica e in soli dieci anni di attività riuscì a realizzare ben 200 opere, una quindicina di incisioni e moltissimi disegni.

Nacque l’8 gennaio del1638 in una Bologna fiorente e ricca di stimoli culturali e artistici, da un padre mercante d’arte e pittore, Giovanni Andrea Sirani, il  qule però cercò sempre di ostacolare le aspirazioni artistiche della figlia, che, benchè rare, non erano sconosciute alle donne nel ‘600. Basti pensare  a Properzia de’ Rossi, unica scultrice nella storia dell’arte italiana fino all’Ottocento; Lavinia Fontana, Caterina Vigri e molte altre, compresa Artemisia Gentileschi, la più nota tra le artiste settecentesche, anche per la sua vita travagliata.

Il primo incarico pubblico fu affidato alla Sirani quando aveva solo 17 anni. Da subito la sua opera fu molto ricercata, amata e stimata, soprattutto per i suoi ritratti particolareggiati  e caratteristici, che firmava inserendo il suo nome in un bottone o in un merletto.

Ma Elisabetta Sirani si interessò anche ad altri aspetti culturali: prendeva lezioni di musica, imparando a suonare e cantare. Leggeva spesso libri filosofici e fondò persino una piccola accademia tutta privata e aperta alle donne: in tale struttura si prestò ad insegnare, dapprima alle sorelle e poi ad altre donne, le tecniche del disegno, della pittura, dell’arte in genere.

Nella pittura di Elisabetta si possono rintracciare le influenze di maestri bolognesi cone i Carracci, ma soprattutto Guido Reni. Il padre Giovanni Andrea Sirani ne era stato allievo e amico, ma poi se ne era staccato per motivi mai chiariti. Ancor oggi il nome di Elisabetta è accanto a quello del Reni sulle rispettive tombe nella basilica di San Domenico a Bologna.

Riguardo alla sua opera riminese, l’Annunciazione di San Giuliano, una tela raffigurante la Vergine nel momento in cui l’angelo le comunica il futuro concepimento, conservata nella terza cappella di destra dell’omonima chiesa, già le era stata attribuita nel 1754 da Carlo Francesco Marcheselli, nel suo volume Pitture delle chiese di Rimino. Ma solo una ventina d’anni più tardi, l’erudito bolognese Marcello Oretti nel suo viaggio riminese del 1777 la annotava genericamente come della scuola di Guido Reni, ipotizzando implicitamente che potesse trattarsi anche del padre di Elisabetta. Pare strano che un personaggio del tempo come Carlo Cesare Malvasia, affascinato dalla giovane artista, abbia tralasciato la tela della chiesa di San Giuliano, nel compilare l’elenco minuzioso delle opere della Sirani. Solo di recente il dipinto è stato incluso nell’elenco delle opere della pittrice da parte di Fiorella Frisoni.

Sulla morte di Elisabetta Sirani si sono fatte diverse ipotesi, compreso l’avvelenamento. Un giorno il suo viso iniziò a deformarsi, e lividi comparvero in varie parti del suo corpo, un forte dolore al ventre la costrinse a lungo a letto, seppur l’artista si sforzasse di proseguire il lavoro delle sue tele, che erano diventate per lei la cosa più importante e l’avevano isolata dal mondo.

Dopo la morte, avvenuta il 28 agosto 1665, si sospetterà di una donna, Lucia Tolomelli, domestica nella casa dei Sirani, che aveva stimato e incoraggiato Elisabetta nella sua attività. Negli ultimi tempi, tuttavia, il loro rapporto era cambiato e  la domestica decise di andarsene da quella casa, e questo accadde proprio nel giorno in cui morì Elisabetta.

Si giunse a d un processo contro la Tolomelli, ma l’accusa non potè produrre prove fondate. La vicenda si concluse con  un semplice  allontanamento della donna dalla città. Elisabetta probabilmente morì per un’ulcera perforata, ma lo stesso scalpore - durato a lungo - che destò la sua morte è ulteriore dimostrazione dell’importanza che l’artista ebbe per il classicismo bolognese e, più in generale, per l’arte italiana del ‘600. [fonte: Chiamami Città - Luca Vici]

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3 mar 2010

Donne di Romagna - Antonia da Barignano

La nobildonna Antonia da Barignano, madre di Sigismondo e di Malatesta Novello, è vissuta prima a Rimini e poi - per lungo tempo - nel territorio di San Mauro e di Bellaria.

Antonia apparteneva ad un casato bresciano di nobili origini e di elevata condizione sociale. I Barignano erano proprietari di terre, di case e di beni immobili di varia natura. L’incontro con Pandolfo III avvenne probabilmente durante una festa o cerimonia di corte.

Lui è un maturo vedovo, uomo ricco e potente, verso il 1415, signore anche di Brescia e Bergamo. Lei, un’adolescente che si circonda di arredi preziosi e oggetti raffinati, sempre elegantemente abbigliata, l’affascia al punto da far scacciare l’amante in carica, Allegra de’ Mori, già madre di Galeotto Roberto. L’arrivo di Antonia, nuova amante, è testimoniato nei Codici Malatestiani a partire dal 1416, quando Pandolfo provvede a far ristrutturare l’abitazione che ospitava la precedente favorita, per lei che è in attesa del primo figlio, Sigismondo, futuro signore di Rimini, cui seguirà Malatesta Novello, futuro signore di Cesena.

Antonia, anticonformista e decisa nel suo ruolo di madre irregolare, dimostrerà sempre forte temperamento e personalità, doti apprezzate anche dai potenti figli. Nel 1421, Pandolfo III, costretto a cedere i possedimenti lombardi, ritornerà in Romagna, seguito da Antonia, che ben presto abbandonerà, sposando in quel di Fano, Antonia Varano da Camerino, che non riuscirà però a dargli eredi. La Barignano resta a Rimini, dove i suoi figli, benchè non legittimi, vengono educati a corte. Il loro zio Carlo riesce a sanare la loro posizione ed entrambi ereditano le signorie. Che porteranno agli apici, per poi crollare. Attraverso gli atti notarili possiamo seguire gli spostamenti di Antonia nella città, dove acquista case, e fuori, poderi, vigne e fondi. Soggirona frequentemente a Bellaria, in residenze malatestiane e ne palazzo dell’Uso. sul fiume Uso acquisterà anche un’osteria, ricche zone di caccia, e poco lontano, un corso d’acqua a Fiumicino. La parte più cospicua dei suoi beni è collocata intorno a Bellaria - San Mauro - Giovedia - Santarcangelo. Si tratta prevalentemente di terreni seminativi, vigneti, pentiere per la caccia, boschi, pascoli, mulini e anche molte abitazioni date in affitto a privati e ad enti pubblici. I poderi, condotti quasi sempre a mezzadria, sono amministrati da un fattore. Abile conduttrice d’affari, per i propri interessi, contravviene anche ai divieti espressi della Chiesa, affittando immobili agli ebrei. Interviene in controversie con poteri giurisdizionali, dimostrandosi donna risoluta, ma anche di cuore, come testimonia un atto conservato presso l’Archivio Notarile di Savignano, quando mossa a compassione dall’indigenza di un suo debitore cede l’uso gratuito del bene. Spesso è in contrasto anche con i figli, che però recedono dai loro propositi e rispettano le sue decisioni.

Antonia è però molto legata  a loro e le proprietà dove vive, collocate tra Rimini e Cesena, testimoniano il bisogno di essergli accanto in posizione equidistante. Anche il figlio Malatesta Novello verrà spesso a trovarla a Bellaria, cercando rifugio e conforto, e proprio qui morirà. E Sigismondo, ritenuto uomo arido, inflessibile e crudele, dimostrerà sempre verso di lei cordiale intesa e rispetto.

Antonia vivrà in condizione agiata e autonoma. Forte di carattere e dotata di robusta fibra fisica, vivrà a lungo, sopravvivendo ai figli. Morirà nel 1471. Sarà tumulata nella chiesa riminese di San Giovanni Evangelista.

Gli storici si sono occupati poco  di lei, segnalando solo le maternità e la morte. Non si hanno notizie di altre sue relazioni amorose, sebbene fosse dotata di fascino, personalità e ricchezza. Di lei non hanno scritto artisti, cantori, cronisti dell’epoca, pronti ad incensare le donne di potere, come Isotta. [fonte: Chiamami Città - Franca Fabbri]

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30 nov 2009

Vino: vero ambasciatore del territorio

Fin dai tempi antichi i vini si identificavano con il territorio di provenienza: pensiamo alle malvasie dolci di Creta, alla vernaccia simbolo della Repubblica di Genova, ai più recenti distretti vitivinicoli del Chianti e del Bordeaux.

Essi si differenziavano esclusivamente per le pratiche di coltivazione e vinificazione che in quei luoghi nel tempo si erano affermate. I criteri con i quali oggi si identificano le zone di produzione (IGT, DOC, DOCG) si basano oltre che sulle differenti tecniche agronomiche ed enologiche, anche attraverso la determinazione di confini fisici ed amministrativi di un territorio. Spesso ciò non è sufficiente per determinare il legame fra un vino ed il suo territorio, ed apprezzare le diverse peculiarità, stabilire una potenzialità qualitativa ai fini di una giusta valorizzazione e corretta commercializzazione. (estratto da articolo di Gianluca Salini su Chiamami Città marzo 2009)

Riconoscimenti, quali quello recentemente avuto per il Sangiovese DOC Colli di Rimini, alla storica vocazione di produzione di vini, espressione più autentica del rapporto fra ambiente, vite e uomo, portano nuova linfa all’enologia locale.

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28 set 2009

Il metodo Sarkozy premia la Romagna: è la regina del benessere

Romagna superstar nella classifica del benessere. Tra le 103 province italiane, al primo posto c’è infatti quella di Forlì-Cesena (107,4 punti e 21 posizioni guadagnate rispetto alla classifica sul pil pro capite), al secondo Ravenna (169,5 punti e 25 posizioni conquistate), all’ottavo Rimini (169,5 punti e il miglioramento di 29 posti). Il Sole 24Ore ha fatto un esperimento, seguendo il modello francese lanciato la scorsa settimana da Sarkozy, e ha misurato il Bil, “Benessere interno lordo”, scelgliendo otto indicatori per verificare la qualità dell vita, andando quindi oltre il solo criterio di ricchezza.

Diverse, secondo Il Sole 24Ore, le ragioni del primato della Provincia di Forlì-Cesena, che totalizza 70 punti in più della media. Si vive più a lungo, in media più di 82 anni, e fuori dalle mura domestiche, per svago e attività di volontariato. Nelle giornate elettorali si rinuncia alla gita al mare: alle ultime elezioni europee l’affluenza alle urne ha superato di 12 punti la media nazionale.

“Inutile dire che un tale risultato va a merito dell’intero territorio e in particolare delle sue forze economiche e sociali più attive” ha commentato il presidente dell a Provincia di Forlì-Cesena, Massimo Bulbi. Anche per il presidente della Provincia di Ravenna, Francesco Giangrandi, “è un merito che va condiviso con tutti: istituzioni, imprese, associazionismo, volontariato. E che solo tutti insieme possiamo rivendicare”.

“Nella provincia di Rimini vale la pena vivere perchè non siamo solo ‘quelli della piada’ nè ‘quelli che polemizzano su ogni cosa a prescindere’”, ha chiosato il presidente della Provincia di Rimini, Stefano Vitali, ricordando l’invito a “essere più orgogliosi del luogo in cui si vive”.

La classifica premia le Marche: tutte le cinque province si sono piazzate nelle prime dieci posizioni. Spicca Pesaro-Urbino, al sesto posto.

I parametri usati:

  • Condizioni di vita materiali:valore aggiunto a prezzi correnti per abitante.
  • Sanità: speranza di vita alla nascita.
  • Istruzione: tasso di iscrizione universitaria.
  • Attività sociali: spesa procapite per spettacoli.
  • Partecipazione alla vita politica: affluenza alle urne per le europee 2009.
  • Ambiente: tonnellate di CO2/valore aggiunto reale.
  • Insicurezza: numero furti, rapine, omicidi/100mila persone.
  • Rapporti sociali: numero organizzazioni volontariato/1.000 abitanti.

(fonte QN del 22/09/09)

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27 set 2009

La Barafonda

I riminesi sanno bene che San Giuliano Mare è sempre stata detta popolarmente “La Barafonda”. Ma sul perché di questo nome  non vi sono certezze. E’ noto che prima della costruzione del deviatore Marecchia, completato ne 1927, l’area era quasi tutta ricoperta da paludi, soggetta a inondazioni e scarsamente abitata, se non da zanzare, costituiva infatti un pericoloso focolaio di malaria, che in ripetute epidemie colpì anche il Borgo San Giuliano almeno fino al 1930, ancora nel 1933 prosegivano le campagne di disinfestazione. Già da un anno aveva aperto la pensione Girotti e nel 1934, la pensione Ricchi. Entrambe tuttora esistenti. Da allora la metamorfosi dell’area fu inarrestabile, man mano che prosciugavano le paludi, sorgevano casette e piccole pensioni.

Ma il perché nel curioso nome Baraonda rimane avvolto dal mistero. C’è chi sostiene derivi dal sarcofago di San Giuliano miracolosamente approdato poco distante, alla Sacramora. Altri ritengono invece che si riferisca alla pericolosità del terreno paludoso. Sul tema molto è stato scritto ma non è stata trovata una spiegazione.

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27 set 2009

Un po’ di storia: il ponte di Tiberio a Rimini

Quello che spesso anche i cittadini riminesi ignorano a proposito del ponte , è che esso, pur chiamandosi di Tiberio, fu progettato ed iniziato dal suo predecessore Augusto, lo stesso principe a cui è intitolato l’Arco. Era, infatti, abitudine dei Romani privilegiare l’aspetto urbano longitudinale, ovvero impreziosire un unica direttrice in senso rettilineo. Da questo punto di vista appare chiaro quale fosse l’intenzione di Augusto, ovvero accrescere l’importanza del decumano massimo, la via del foro. Questo programma prevedeva all’inizio del Corso l’Arco D’Augusto ed alla fine il Ponte. I due monumenti inoltre si trovavano l’uno alla fine della via Flaminia e l’altro (il Ponte) all’inizio dell’Emilia. Tuttavia Augusto non visse abbastanza per vedere terminato il suo ponte e l’opera fu terminata sotto la corona del suo successore e figlio adottivo Tiberio e perciò a lui venne intitolato. Il monumento si trova sulla Via Aemilia, a fronte dell’Arco e in corrispondenza del fiume Marecchia, che attraversava la città di ARIMINUM.

E’ formato da cinque arcate a tutto sesto in marmo istriano ed ha i piloni decorati da quattro finestre cieche rettangolari. Il suo stato di conservazione è quasi perfetto in quanto anche il parapetto in marmo è completamente integro.

Non si sa molto sulle vicende legate ad esso, si sa solo che nel 552 il goto Usdrila tagliò la sua arcata settentrionale, verso il borgo, per impedire al generale bizantino Narsete il suo passaggio, per raggiungere Roma. La stessa arcata subì dei danni per una piena del fiume nel Trecento. Nel 1680 il ponte fu restaurato dal ferrarese A.Mantinelli per ordine del Papa Innocenzo XI.

Nel 1742 le truppe spagnole, apportarono dei danni al ponte che fu però in seguito risanato come reca un incisione fra due arcate (la prima e la seconda) con su scritto “restaurato nel 1742”. Nel 1944 i tedeschi in ritirata scavarono nei piloni dei fornelli per mine che per fortuna non hanno fatto brillare. Dall’anno 1885 il ponte è un monumento nazionale.
Questo magnifico ponte romano é in uso ancora oggi e sostiene il peso di un intenso traffico cittadino, recentemente è stata sperimentata la chiusura al traffico due giorni a settimana, il mercoledì e sabato mattina. Il ponte non ha quasi cambiato aspetto ma é invece molto cambiato l’ambiente tutto attorno.

La solidità del Ponte di Tiberio ha sempre destato grande meraviglia, fino a creare la leggenda (peraltro diffusa in tutti i luoghi in cui si trovano opere similmente ben conservate) del “ponte del diavolo”, legata al mito di indistruttibilità di cui nei secoli il Ponte di Tiberio si è fatto scudo.

La leggenda dice: “Ci vollero ben sette anni a Tiberio per portare a termine la costruzione del ponte di Ariminum, iniziata dal padre. Durante questi anni, risultò molto difficile riuscire a continuare l’opera. I lavori procedevano molto a rilento perché ogni qual volta che si costruiva un nuovo pezzo del ponte questi crollava o comunque non riusciva bene. Sembrava un’opera edilizia destinata a non vedere mai la luce e a minare la gloria dell’imperatore fin quando egli, dopo aver pregato invano tutti gli dei giocò l’ultima carta rimastagli e interpellò l’unico essere soprannaturale che poteva metterci lo zampino. 

Tiberio invocò il diavolo e, pregandolo di venire in suo aiuto fece, con il signore dell’oscurità il seguente patto: il diavolo avrebbe costruito il ponte ma in cambio si sarebbe preso l’anima del primo che lo attraversava. All’imperatore non rimase che accettare e il diavolo si mise subito all’opera. Il ponte fu costruito nel giro di una notte; bello, solido e imponente, stava lì, ad aspettare che lo si attraversasse. Venne il momento dell’inaugurazione e il corteo ufficiale era pronto per la parata quando all’imperatore venne in mente come liberarsi di quello scomodo patto col diavolo. Tiberio ordinò che, in segno propiziatorio, prima di tutti, sul nuovo ponte, dovesse passare un cane. Così fu fatto e il diavolo, che aspettava la sua anima sull’altra sponda del ponte, rimase a bocca asciutta. Satana, schiumante di collera per essere stato buggerato così malamente, decise di vendicarsi all’istante e buttare giù il ponte di Tiberio.

Calciò più volte con ira sulla pietra da lui posata, ma niente da fare. L’aveva costruito indistruttibile e nemmeno lui poteva distruggerlo. Così se ne dovette andare… a mani vuote (scornato). A testimonianza di questo episodio rimangono alcune impronte caprine impresse su di una delle grosse pietre poste all’inizio del ponte sul lato che guarda la città.

La presenza di due tacche somiglianti all’impronta di piedi caprini, sulla balaustra posta lato monte, più verosimilmente poteva trattarsi di incavi per fissaggio di carrucole utilizzate per issare materiale dalle barche che arrivavano fin sotto il ponte. Oppure si tratta di fori ove venivano infissi pali per sostenere le strutture di botteghe che sorgevano sul ponte, pagando una regolare tassa di occupazione del suolo pubblico. Anche gli ambulanti che esponevano erano sottoposti alla tassa mentre i forestieri potevano parcheggiare le cose acquistate in fiera in osterie e case private, anche se terminato il periodo della franchigia, avrebbero dovuto pagare il “passo” (transito) e il “sondaggio” (magazzinaggio).

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